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Bloomsday VS. Mister Okay

(un omaggio all’arco narrativo La m0rte di Superman)

 

Quello che fino ad ora è stato llamato semplicemente, a voce tra i suoi creatori e per iscritto sulle cianografiche per il progetto, Best Beast sta lentamente ueicappando all’interno del bunker ipogeo dove è stato posizionato, steso su una lastra diaccia, larga e lunga abbastanza da poterne ospitare il corpaccione, con polsi e caviglie assicurati al tavolaccio da un triplo strato di titanio.

“Ualu ualu ualu!” l’urlo che emette nel buio dello stanzone. Il verso rauco carambola contro la volta del bunker timpanando chi lo ha emesso. “Ualu ualu ualu!” reitera senza che però questo suo lamento sortisca alcun effetto apparente.

Fatta salva la mole spropositata, la pelle a squame, le protuberanze cheratiniche che gli spuntano fuori da ogni parte del corpo, non si tratta di un bruto. Anzi, ciò che la sua teca cranica contiene, gommata da quella chiorba antropomorfa, sotto il cappello in paglia, è una mente finissima. Una mente composita, frankeinsteinizzata con brandelli cerebrali di fior fior di cervelloni, frullati insieme.

Best Beast si guarda intorno, anche se è difficile smicciare qualcosa in quel posto buio e umido quanto un buco del sedere. La sua sottile intelligenza, mix di decine di raffinati intelletti, non è però di quelle intelligenze pratiche, che sappiano sfangarsela in ogni situa, anche nelle + complicate, in stile MacGyver o ratto di chiavica, tanto per telepatizzarci.

Fortuna sua, chi lo ha concepito ha preocchiato tutto, anche la sua connaturata goffaggine. Quando il circuito di telecamere a infrarossi ne monitora il risveglio qualcuno, nella sala-comandi, fa scattare le manette che gli costringevano le estremità lasciandolo libero di muoversi.

L’essere si mette seduto con un’espressione frastornata, come a voler blablare: “Chi sono? Dove sono? Da dove vengo? Dove vado?”. La cosa gli è più chiara quando orecchia la parete in fondo muoversi a scomparsa, lasciando filtrare la luce del giorno, che cala fin laggiù attraverso una feritoia. Più che altro è l’istinto che lo spinge a raggiungere quel chiarore.

I suoi passi risuonano pesi e cadenzati come la bradicardia di un grosso cetaceo spiaggiato. Prende la via della fuga, sgretolando gli scaloni che lo uppano verso la superficie. “Sai dove devi andare” allude la traslitterazione di un impulso elettrico, trasmesso da uno degli elettrodi avvitati alla base del collo, sentendola risuonare nella propria chiorba come il più distinto dei pensieri.

Chi è tale mostro? E chi lo ha condotto alla ghirba?

Stavolta ci sono di mezzo l’Ingegner Fluo, il Dottor BizBaz e il Criticone.

Sai che fanno 3 koala messi insieme? Si koalizzano. I tre Okayllain* avevano fatto lo stesso. Avevano joinato le loro forze nell’n-esimo tentativo di killare l’invulnerabile Mister Okay. Ci avevano già provato in tutti i modi, fallendo miseramente ogni dannata volta: esplosioni, bombardamenti mirati, raggi disgregatori. Nulla di tutto questo era valso a granché di fronte alla totipotenza del soggetto. Una volta il Dottor BizBaz era giunto a clonare e radunare tutti i peggiori criminali della storia e della cronaca nera, da Attila a Jack lo Squartatore, da Adolf Hitler a Pogo il Clown (come puoi leggere qui), tutti sguinzagliati contro il Beniamino dell’Umanità, senza che questo riuscisse a scalfirlo minimamente.

Nel caso corrente hanno scelto un approccio affatto diverso: affidarsi alla forza del pensiero, anziché a quella muscolare o balistica. Come già si era proceduto a fare per i peggiori ammazza-ammazza di tutti i tempi, avevano clonato le migliori menti della storia della letteratura attraverso campioni appartenenti alla vasta collezione del Dottor BizBaz (come la materia cerebrale di Hemingway raschiata via dal soffitto col cucchiaino o il fegato a salsiccia di contadino di Bukowski) se non riesumandone direttamente i resti, e per l’occasione però ne avevano concentrato il risultato in un unico dna, trascegliendo le sezioni di nucleotidi più skillate. Ne era sorto un campione di virtù narrative che, nei desiderata dei tre birbaccioni, avrebbe dovuto ledere il vero punto debole di Mister Okay, ossia l’orgoglio, in modo da eroderne tutte le energie fino allo sfinimento.

Dopo prolungati e mirati studi iperantropologici erano infatti andressati alla conclusione che la principale gasolina dell’Uomo dell’Avvenire, quello cioè che sosteneva la sua forza spropositata, fosse il plauso generale. Di quello si nutre il suo organismo. Senza essere clapclappato o wowowato debitamente sembra en fait perdere quota parte delle sue capacità performative; come quando fu buuato da una folla di animalisti mentre ci andava giù pesante contro la Banda dei Panda Sociopatici del Prof. King Fu, tanto per fare un esempio: per la mancanza di supporters ci aveva messo assai più del dovuto a contenere quel branco di plantigradi kamikaze dalla grafica optical.

Per passare al contrattacco i suoi oppositori si sono attenuti a un canone ben preciso: nella composizione del nuovo orripilante avversario di Mister Okay avevano selezionato tutti grandi autori, di quella letteratura che ora viene llamata mainstream o letteratura bianca, ma che un tempo non aveva dicitura, era la Letteratura, tout court. L’unica esistente, l’unica che avesse un senso, prima che il mercato editoriale venisse inficiato dai generi, a tal punto che ormai la narrativa è quasi solo più fantasy, sci-fi, young-adult, horror, thriller e compagnia cantante e si struggla a dare un nombre a quella che invece dovrebbe essere l’unica vera.

I peggiori poi sono i giallisti, si erano lallati: gente che si interessa solo al fatuo giochino di scoprire chi ha ammazzato chi. Amici delle guardie, li catalogavano proprio per questo. E a dei supercriminali impenitenti pari a loro, comprensibilmente, una tale definizione non doveva sconfinferare + di tanto

“Ualu ualu ualu!” non la finisce di gargarizzare frattanto la rancorosa creatura, che ha da poco occhiato la luce e che a balzelloni s’è già andressata, dal pieno deserto in mezzo a cui si era ritrovata, fino alle porte di Catchemall Capitol City, per quanto ipermetropia, miopia, irite e deleteri effetti di un glaucoma che ha ereditato, per un curioso caso di fall-out, direttamente dal letterato capostipite di tutti quelli che le circolano nell’emo-linfa, ossia James Joyce, il più rappresentativo degli scrittori puri e virtuosi, non l’aiutino a trovare la strada. A tale lacuna sprinta in soccorso l’eterodirezione che opera sul suo cervelletto la mano dell’Ing. Fluo, che dalla stanza dei comandi ubicata a miglia di distanza da lì lo direziona attraverso un joystick.

Uolca a larghissime falcate, mentre le sue fette artigliate travolgono palazzi, reti viarie, filobus, guidapianopensamé, chioschi, passanti. Ha un hombre di mezz’età urlacchiante incastrato tra alluce e secondo dito mentre si guadagna il downtown. Sa dove andare. Fluo lo sta geoandressando.

C’è uno stupido firmacopie giù in città. La cosa straordinaria è che c’è la fila fuori dalla libreria, che fa tutto il giro dell’isolato. Sì, perché a siglare il romanzo che blabla della sua vita, xilografandone il colophon con la sua vista-laser, è Mister Okay in persona, che si concede alla folla sfoggiando il suo immancabile sorrisone a due piazze.

 

 

“Ualu! Ualu! Ualu!” si lamenta il bestione alla vista di tutta quella gente accorsa per la presentazione di un brogliaccio di fantascienza. La sua ira sembra bulimizzarsi a ogni passo. Accelera per riversarla sull’eroe eponimo di quelle centinaia di pagine di bassa letteratura.

Per l’evento è stata scelta la libreria a due piani Ready Read (il piano superiore unito al piano terra da una scala a chiocciola, in un locale totalmente open space) proprio perché Mister Okay, con i suoi tre metri di statura, ci si possa muovere senza impedimenti, ma al confronto della creatura che sta per attaccarlo anche lui passa per una mammoletta.

Il mostro scoperchia la libreria come si unboxa una trappola per topi per aggrippare il ratto muerto che ci sta dentro.

Getta via il tetto come si trattasse di un frisbee, dopo di che spinge il suo sguardo annebbiato all’interno dell’esercizio commerciale. Anche squeezzando gli occhi non ci smiccia altro che ominicchi e donnicciuole a naso insù giampscheranti di fronte a quella spaventosa intrusione. Del suo obiettivo nessuna traccia.

“Vi piace la fantascemenza eh?!” grugnisce rivolto a quella piccola calca di frollocconi con le copie di MISTER OKAY in pugno, “Ebbene, ecco dunque quel che vi meritate” aggiunge prima di massacrarne una buona parte pestandoli con le nocche di entrambe le mani. Poi, dopo averli marmellatizzati per bene, dà un’occhiata dietro il caseggiato, verso il retro della libreria. Mister Okay sta là, in pausa, a smokarsi una nuocegravemente e scrollare lo smartphone per smicciare le ultimissime. Non si è accorto di nulla.

“Sei tu il bellimbusto che imbratta i fogli di questo romanzo delle sue futili e iperboliche scorrerie?” lo quizza, agitando tra due polpastrelli la gigantografia della copertina del libro.

L’interloquito uppa le pupille iridate di rosso verso quell’abominio. La nuocegravemente gli pencola dal labbro inferiore mentre quizza, di rimando: “E tu chi saresti?”.

“Non ti hanno mai erudito sul fatto che non si replica a una domanda con un’altra domanda?” e blablando ciò si erge in tutta la sua estensione, distendendo le larghe spalle sino a oscurare la Stella Mà dietro di lui e ostentando bicipiti del tutto spuri sul fisico di un uomo di lettere, se mai fosse stato ribuildato fedelmente, “Comunque sia, io sono Bloomsday!” si autobattezza in quello stesso momento; “E sono qui spazzare via te e la brutta letteratura che tu rappresenti!”

“Perché mai brutta?” si accupa il Mister, tirando un’ultima possente boccata che trasforma chimicamente la nuocegravemente in cenere.

“Ohibò! E pure me lo dimandi? Questa non è neanche letteratura d’intrattenimento, è letteratura di puro consumo. La merde de la merde, caro il mio” lo stronca, e mentre lo offende di favella prova a farlo anche attivamente tirando un pugnattone a martello laddove c’è Mister Okay, che però fa in tempo a scansarlo, mentre l’urto di quella manona sesquipedale sconquassa il macadam in un raggio di qualche miglio.

“E blablami un po’, tu che flexi di distinguere le letture elevate dalle infime, quale speciale connotazione rende i vostri testi eccelsi e non il mio, sia nella sua versione estesa che in quella accorciata?” Gli è bastato scanerizzarlo con un rapido sguardo per rintracciare tutte le porzioni genetiche che buildano la struttura di quel monstrorrendinformingente.

“La letteratura deve essere la prima delle scienze” riattacca l’appena autonominatosi Bloomsday, col suo registro vocale basement, mentre cerca di scacciare Mister Okay, che gli ronza attorno come un tafano, “Un romanzo deve parlare dell’uomo, non di un borioso superuomo provvisto di talmente tanti poteri, e tanto vasti, da discostarsi completamente dal proprio lettore. Cui prodest?”

“Così facendo tu dunque rinneghi le fatiche di Ercole, l’epopea di Gilgamesh, le scorribande di Orlando, i favolosi racconti di Sherazade… hai presente le avventure di Sinbad il marinaio?”

Sinbad the Sailor and Tinbad the Tailor and Jinbad the Jailer” attacca a declamare Bloomsday in automatico, dritto impalato, lo sguardo fisso, con tono oracolare, come se stesse cortocircuitando, “And Whinbad the Whaler and Ninbad the Nailer and Finbad the Failer and Binbad the Bailer and Pinbad the Pailer and Minbad the Mailer and Hinbad the Hailer and Rinbad the Railer and Dinbad the Kailer and Vinbad the Quailer and Linbad the Yailer and Xinbad the Phthailer...” Al che si ripiglia, scuotendo la fenomenale chiorba paglia-cappellata, “M-ma che mi è accaduto?”

“Che ti eri flippato a quotare un brano di una delle tue opere più celebri. Un bel passo, uno in cui ti divertivi, e facevi divertire il lettore. Proprio come lolla il mio romanzo. Sai quando si dice indorare la pillola? Così intende fare il tipo di narrativa che io qui rappresento: intrattenere il pubblico oblando forme estetiche coinvolgenti e, a un livello più profondo, incentivarne un’edificazione morale e umana, in qualche modo. Mumblemumblare le grandi domande filosofiche, ammantandole però di una luccicante veste ludica.”

“Balle!” tuona Bloomsday, “Ho passato un paio di ore a leggerlo. Il tuo romanzo mi è sembrato molto brutto, molto prevedibile nello svolgimento e scritto in modo assai approssimativo.”

A queste parole Mister Okay si sente svuotare dentro. Una sensazione mai prima provata lo crasha, più forte e più temibile di tutte le testate nucleari, i mega-bot, le bombe gravitazionali scagliatigli contro nel corso della sua carriera, messi ubuntu. Come se il suo cardio venisse strappato via da grinfie fantasma o, meglio ancora, proprio come se il Dottor BizBaz fosse finalmente riuscito a sfilargli la colonna vertebrale, lasciandolo afflosciare a terra come un sacco vuoto.

Bloomsday approfitta di quella vistosa debacle emotiva per tirargli un calcione che solleva Mister Okay un metro da terra. Mentre è ancora sospeso lì a mezz’aria tenta di flambare il nemico scaraventandogli addosso il suo sguardo calorifero suicciato alla massima potenza. Procurandogli quel dolore fisico, sembra tentare di andare a pari con l’offesa morale appena subita.

Bloomsday, abbrustolito da quell’occhiataccia, nonchala le squame fuse insieme da quell’ondata di calore e il fumo che uppa dal suo tegumento ispessito, si avvantaggia dell’aria arroventata dallo sguardo ocheiano facendola vorticare verso l’alto attraverso un movimento circolare dei grandi arti. L’aria calda, scontrandosi con quella più fredda, finisce per generare un potente tornado. Le persone lì presenti per il firmacopie vengono presto swirlate su per aria come una rastrellata di foglie secche.

Mentre Mister Okay fa la spola fra suolo e supercella per riportarle tutte a terra sane e salve, Bloosmday continua a infierire senza pietà, yuhululando in modo che la sua voce sovrasti il fragore sordo causato dalla tromba d’aria: “A nessuno cale della tua storia. I classici, quelli sì, sono sempiterni e accompagnano l’umanità generazione dopo generazione. Il romanzo di cui sei protagonista tu invece è carta straccia. E’ come un feto nato morto. Non resta che seppellirlo con la compassione che le beghine riservano ai frutti di un ventre guasto”.

Queste parole sono un duro colpo per il loro destinatario, che, una volta assicurati i fan lontano dal pericolo, torna alla carica, sia all’atto pratico, volando dritto dritto verso gli addominali dell’abominevole cultore delle belle lettere, sia rispondendogli a tono: “La ricerca linguistica di Mister Okay non vale meno di quella delle vostre opere, razza di pomposo bastardo,” l’impatto non riesce a spostare Bloomsday che di qualche metro, mentre, al massimo della forma, lo avrebbe sicuramente pogato oltre la linea dell’orizzonte, “Proust, Joyce, Burgess, Dos Passos, Céline, Melville… tutti voi avete cercato di rendere i fatti narrati con una lingua stupefacente, capace ogni volta di rimettere in discussione la stessa materia che stavate trattando. Così fa questo romanzo con il suo linguaggio sperimentale, fatto di neologismi, tic linguistici, forestierismi, gerghi, terminologie fumettistiche, tecniche o pubblicitarie, per restituire la visione di un futuro che non è altro che il ribaltamento satirico e grottesco del presente”.

“Quanti paroloni sprecati per una semplice storiella da ragazzini incolti. Il romanzo deve parlare dell’uomo comune, della sua quotidianità, di quello che gli accade affinché chi legge ci si rispecchi e ne tragga una qualche ispirazione” chiosa Bloomsday. E mentre pronuncia quest’ultima sentenza, il suo potente destro si abbatte contro il bel volto squadrato del Beniamino Volante, facendogli popuppare due incisivi in un colpo solo.

“E chi l’ha detto?!” controbatte Mister Okay, fischiando attraverso lo spazio tra i denti, mentre tenta di resistere alla forza che lo sta swooshando lontano dal suo carnefice, “E’ passato il tempo del romanzo borghese. La cultura è pop ormai. L’immaginario collettivo è cambiato, e a noi non resta che cambiare insieme a esso, senza che le motivazioni che ci spingono a raccontare però siano mai variate. La condizione umana, i sentimenti, le sofferenze e le poche gioie del cittadino contemporaneo, esattamente come per i suoi predecessori e i suoi discendenti, perché esiste l’essere e non piuttosto il nulla, lo scopo della vita di ogni persona e di tutte quante insieme. Lo si può fare anche senza annoiare blablando di mezzemaniche o di boriosi personaggi salottieri. Lo si può fare anche parlando di supereroi. E’ solo più difficile, perché i piani semantici sono in maggior numero: si aggiunge quello del puro intrattenimento, se all’acquirente basta fermarsi lì. Ma… quello che ti posso dare per certo è che l’autore ha lottato con la musa non meno tenacemente di quanto non abbiate fatto voi”.

“Se tale combattimento, di cui cianci, è paragonabile a quello che stai affrontando ora tu contro di me credo bene come abbia potuto tanto miseramente fallire” rispose beffardo Bloomsday, nel mentre che lo claudica con un pestone dato a tradimento. Ma per Mister Okay quella proditoria batosta auchaucha meno delle offese a voce, “Non è cercando il facile divertimento che ci si ingrazia il lettore, ma grazie a uno stile rigoroso e alla forza contenutistica.”

“Il romanzo della KORM ent. non è pulp fiction, non è un feuiletton, benché ne ricalchi ironicamente, in maniera tanto post-moderna, gli stilemi, ma vuole attovarishare il lettore nella ricerca della natura più profonda dell’umano, investigando, paradossalmente, l’iperumano. La nostra operazione è uguale e contraria rispetto al tuo Ulysses: partiamo dalle istanze dell’uomo medio ma le inseriamo in un contesto epico o eroico, anzi, di più ancora: supereroico.”

“Se i vostri intenti erano quelli, li avete missati alla grande, tanto per ricorrere a un lemma della vostra… neolingua” e quest’ultimo termine lo pronuncia blehando, quasi che gli fosse finito un frammento di stallatico sulla punta della lingua, “Le vostre velleità letterarie da artistoidi della domenica si ritrovano incartate in un pacco fatto in economia: confezionato con la carta di giornale. Quella che si usa per far su il rognone. Col quotidiano lercio e accartocciato del giorno prima” lo fulmina Bloomsday con uno spirito sempre più sarcastico. ‘Sarcasmo’ deriva dal verbo greco σαρκάζειν (che a sua volta viene da σάρξ, carne) e significa ‘fare a brandelli, scarnificare’. En fait, di riflesso, recupera la fisicità etimologica della parola aggrippando, fuor di metafora, la vittima designata per il collo e iniziando a tartassarla di botte con la mano libera. Una sequela di jab talmente potenti che se ne orecchia il rimbombo per tutta la città. A ogni colpo il pugno affonda sempre un po’ di più dentro il massiccio facciale del Nostro, a tal punto che la sua faccia appare ormai come il ritratto di Mister Okay fatto con la carne trita da qualche chef dal dubbio gusto.

Il Salvatore dell’Umanità ora deve radunare tutte le energie rimaste pur di non soccombere. In uno sputo di secondo si libera dalla presa e attacca a bersagliare Bloomsday con un Blitzkrieg di tutte (o quasi) le hack in suo possesso: va avanti per un bel pezzo a scaricargli addosso microonde e fuego e laser e folate assideranti e gravitoni e fotoni e plasma ma invano, anzi, pian piano che procede in quella plurima e sincrona erogazione le poche forze residue, già dimidiate dalle precedenti contumelie, abbandonano il suo organismo – che per quanto sovradimensionato e tosto sia sfigura pateticamente a confronto con la mostruosa stazza di quel mix di scrittori unificato – .

“Mister Okay è un’opera-mondo e una space opera allo stesso tempo. Un universo narrativo che prevede infinite variabile sul tema principale.” Prova ancora a perorare la causa, ma con sempre minore convinzione.

E’ allora, smicciandoselo ormai così, al lumicino, che Bloomsday vuole infierire con un ulteriore e definitivo coup de theatre. Via via si scorpora, parcellizzandosi in una legione di editor, critici, book blogger, lettori che rampollano fuori da quella squamosa ensemble, ognuno con qualche nuova protesta all’indirizzo del tapino mantellato.

“Un libro pretenzioso, che fa acqua da tutte le parti.”

“Delude sia il lettore forte che il lettore di genere.”

“Storia noiosa. Tutto già visto. Romanzo telefonatissimo.”

“La parte bella è la seconda, con lo scontro tra Mister Okay e i figli, ma per arrivarci è una pena.”

Berciano all’unisono, in una dolorosa cacofonia.

“Neppure le vendite ti assistono, è un fiasco su tutti i fronti.”

Ogni stroncatura è una stoccata. Mister Okay crolla a terra semi-esanime.

 

 

 

Ha solo più la forza per rivolgersi un’ultima volta a Bloomsday, che intanto va ricostituendosi rapidamente, ora che i detrattori di Mister Okay, una volta detta la loro, vengo nuovamente inglobati dalla struttura fisica principale: “Ehi, che ti succede? Un tempo eri un tipo fico. Eri tu a rappresentare l’avanguardia, perché non stai dalla mia parte?”.

“Sono ancora ficoooo!” strepita la creatura alzando il piedone sopra la chiorba cascante del concorrente ormai al tappeto, un attimo prima di scalciare con tutta la rabbia che gli scorre nel corpo…

E tu? Che ne pensi? Vuoi davvero che finisca così? O vuoi che Mister Okay viva? In quest’ultimo caso fagli sentire il tuo sostegno, è l’unica maniera di restituirgli le forze e aiutarlo a superare questo brutto momento. Vai qui oppure qui e acquista subito una copia del nostro romanzo (comunque è meglio se vai qui). Ridai energia all’Okayverso! Permettigli di crescere.

 

* Cos’è un Okayllain? Leggi qua e lo saprai

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