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Da quand'è che i giudici sono diventati patrimonio della sinistra?

La magistratura, in una lunga tradizione che parte da prima del Secolo dei Lumi e arriva a coprire quasi interamente il ‘900, almeno sino al suo penultimo decennio, è sempre stata considerata una sorta di collegio clerico-fascista dalle frange anarco-radicali: burberi censori togati chiamati a salvaguardare il potere costituito con l’applicazione di sanzioni inique e leggi draconiane.

È così, per esempio, nelle prime canzoni di Fabrizio De André, dove i giudici sono ritratti come esseri abominevoli e privi di umana pietà. Basti pensare alla fine beffarda che il cantatutore fa fare al giudice nella canzone Il gorilla. O al protagonista del brano Un giudice: un nano frustrato che, per vendicarsi del mondo che lo ha sempre bullizzato, decide di farsi chiamare “Vostro Onore” e “affidarli” quanti più possibile “al boia”.

È così nel film di Dino Risi In nome del popolo italiano, in cui Tognazzi, che invece interpreta un magistrato orientato a sinistra, a un certo punto, sullo scalone del palazzo di giustizia, urla in faccia a un intransigente collega, che è solito infliggere le pene più severe ai poveri cristi: «Lei è un fascista!». Eppure in quella vecchia commedia non si vede solo questo: si assiste anche alla previsione di fatti che avverranno di lì a vent’anni, dal momento che il magistrato interpretato da Tognazzi finirà per condannare per l’omicidio di una ragazza un palazzinaro senza scrupoli, interpretato da Gassman, pur sapendolo innocente: perché gli sia consentito farlo, eliminerà nel finale le prove che scagionerebbero l’imputato. Lo punisce pretestuosamente, per un omicidio mai commesso, per fargli pagare in realtà i tanti altri misfatti, compiuti ai danni della collettività dall’imprenditoria selvaggia che costui rappresenta, destinati invece a rimanere impuniti.

Nella realtà saranno le inchieste giudiziarie passate sotto il nome di Mani pulite a segnare quella svolta ideologica: i sessantottini che si erano laureati in legge allo scopo di contrastare l’egemonia giuridica dei vecchi parrucconi erano ormai cresciuti, avevano vinto i concorsi, iniziarono – come si ama dire – a combattere quel sistema dall’interno. Un tirannicidio (quale costoro si figuravano nei loro idealismi rivoluzionari) condotto entro gli organigrammi dello Stato.

Quando il repulisti ai danni di una politica più vecchia del cucco, corrotta e filo-mafiosa esordì, fu salutato con giubilo e scappellate un po’ da tutti quanti, nell’arco extra-governativo: i missini furono i primi a inneggiare al coraggio di quel pool di pubblici ministeri sino ad allora semi-sconosciuti che, di giorno in giorno, decapitavano senza pietà il pentapartito. Come loro i leghisti, che arrivarono a sventolare dei cappi nell’aula parlamentare.

Poi, piano piano, di lì a pochi mesi qualcuno cominciò ad avanzare il sospetto che le mire del pool e di molti altri magistrati, pretori, procuratori disseminati per i tribunali di tutta Italia, fossero diverse, o che perlomeno non si arrestassero alla semplice e legittima volontà di punire una classe dirigente inadeguata: avevano già escogitato a chi farla sostituire.

A sbaragliare questi loro ipotetici piani sarebbe “sceso in campo” Silvio Berlusconi il quale, contro i precedenti pronostici, che, con la sistematica eliminazione di ogni altro partito italiano di un certo peso, davano ormai per certa l’ascesa degli ex-PCI, vinse le elezioni.

Da quel momento la magistratura si scatenò: liberi di esercitare con metodi plenipotenziari e discrezionali la loro carica, pur sempre restando nei pieni termini di legge, agirono contro il neo-eletto, allora e per gli anni a venire, esattamente come fa il sistema immunitario all’inoculazione di un virus imprevisto. Si comporta così un organismo malato quando prova a guarire il morbo con il bruciore della febbre.

Si diedero da fare per castigarlo come fa il manipolo di uomini dello sceriffo con il bandito asserragliato nel saloon, in quei vecchi film con John Wayne. A cominciare da quella volta che gli mandarono i carabinieri a notificargli un avviso di garanzia in pieno G7, davanti a tutti gli altri capi di Stato, per metterlo crudelmente alla berlina.

Così facendo, i giudici, prima odiati e ritenuti dei fascistoni da gambizzare, si tramutarono nei cocchini della sinistra, ribaltando totalmente le precedenti prospettive. Chi tocca i giudici muore! Ci sono gli ex-comunisti a difenderli, come a voler assecondare la vecchia tattica: il nemico del mio nemico è mio amico.

È la logica dei fronti contrapposti: tutti a rinserrarsi nelle fila di una parte o in quelle dell’altra, come in due immense tifoserie contrapposte

Tant’è vero che, sul fronte opposto, per reazione leucocitaria potremmo dire, il centrodestra si è presto disamorato di questa figura istituzionale. Un paradosso tutto italiano, visto che non ci viene in mente nessun’altra carica statale così costituzionalmente vessatorio e illiberale, dunque vicino alle ideologie più reazionarie, quanto il magistrato. Già solo il fatto che a qualcuno venga voglia di decidere della vita altrui, avocando per sé il potere e l’arbitrio di far addirittura recludere i propri simili, ci appare alquanto indicativo di una forma mentale molto precisa, che verrebbe difficile descrivere come libertaria e filantropica. “Sono antropologicamente diversi dal resto dell’umanità!” tuonava il principale imputato delle procure milanesi cui poc’anzi si accennava, non senza una qualche ragione.

I risultati di quando i giudici si buttano a sinistra sono poi questi – ci spiegano in coro le maggiori voci del conservatorismo nazionale: un’applicazione delle leggi lassista che scarcera gli assassini e imprigiona timorati padri di famiglia che difendono il proprio focolare con la doppietta…

Noi invece, che siamo tutt’altre posizioni, riteniamo che il vero problema sia l’esatto contrario: meglio cento colpevoli liberi che un solo innocente in galera, continuiamo a ribadire, fedeli a un garantismo progressista che quasi tutti sembrano ormai aver aborrito.

Le statistiche ci dicono che quasi tre innocenti al giorno in Italia subiscono un’ingiusta detenzione, per non parlare poi della moltitudine di persone che si vedono condannate senza colpe, per indizi spesso fuorvianti o per dolo degli inquirenti, disattendendo il sacrosanto principio giuridico ‘in dubio pro reo’, e che, se gli va bene, vedono la loro innocenza riconosciuta a decine d’anni di distanza, se gli va male mai.

In un sistema giuridico kafkiano e autoreferenziale come quello italiano, dove un giudice può compiere qualsiasi nefandezza, conscia o per pura inadeguatezza, verso l’imputato senza temere ripercussioni o sanzioni anche minime, è proprio il cittadino comune a rischiare di più: chi cioè non ha sufficienti mezzi economici per farsi difendere dal giusto pool di avvocati.

In Italia un cardiochirurgo prende tremila euro al mese per salvarti la vita, un magistrato ne prende diecimila per… rovinartela?

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